di
Aldo Bassoni

Si chiama Medjoul, è un dattero poco diffuso in Europa, ancor meno in Italia, ed è considerato 

il “re dei datteri” per il suo sapore e la sua consistenza. Per Gerico, città palestinese, è il frutto che aiuterà la rinascita economica. Verrà commercializzato in esclusiva nel circuito Coop con il marchio Terra equa, e dentro di ha un grande progetto: acquistandone una confezione si contribuirà alla realizzazione di una sala della prima clinica di chirurgia pediatrica a Betlemme. In cifre: 38 posti letto, più chirurgia e rianimazione. Complessivamente l’ospedale costerà oltre 5 milioni di euro: ad oggi non esiste niente di simile in Palestina. Il progetto datteri di Gerico è frutto della collaborazione di Coop con i produttori palestinesi e i trasportatori israeliani. Ma sono tanti i soggetti che stanno dando il loro contributo in questa complessa gara di solidarietà: la Fondazione Giovanni Paolo II, la Regione Toscana, i professionisti che hanno lavorato all’ospedale fiorentino Meyer, uno dei più noti ospedali pediatrici d’Italia, e metteranno a disposizione la loro esperienza per questo nuovo progetto.

Pieno isolamento 

Gerico è una città della Cisgiordania di circa 19mila abitanti: un’oasi dove si producevano arance, mandarini, papaya e datteri in centinaia di ettari di terra fertilissima chiusi dal Giordano da una parte e dal deserto di Giuda dall’altra. È famosa per i suoi scavi archeologici che risalgono a oltre diecimila anni fa e ne fanno l’insediamento urbano più antico del mondo. Le migliaia di pellegrini che si recavano in Galilea inserivano Gerico senza indugi nelle loro rotte, attratti dal suo fascino potente. 

Ma la  costruzione del  “muro”, a opera degli israeliani,  fatto di trincee, check point, filo spinato  

niente più interscambi né turismo, e anche l’agricoltura si stringe in un mercato di semplice sussistenza. Gerico oggi è diventata uno degli insediamenti più poveri dei territori governati dai palestinesi.

Un mercato spezzato 

Altro che mercato globale. Quello di Gerico è frammentato, spezzettato, pazzesco. L’ha affrontato con successo un’imprenditrice italiana, Cristina Masini Cherici, di Holy land,  che con infinita pazienza ha ricostruito il puzzle del flusso di merci fra questo luogo così lontano  e il mondo europeo. «Non è facile capire le difficoltà che si trovano in quei paesi quando si affronta il tema dell’export» sostiene Cristina. Bisogna far capire agli agricoltori la necessità di associarsi, l’esigenza di seguire certe procedure e fornire documentazioni appropriate. Senza contare il fatto che i movimenti di merci sono continuamente interrotti da check point, barriere, difficoltà burocratiche.

La “rete” si ricompone 

Qualcosa, in realtà, stava già rinascendo prima dell’intervento di Holy land. Giovani imprenditori palestinesi erano tornati in patria per ridare ossigeno ad attività produttive che si erano spente. 

E anche nei momenti più bui del conflitto israelo-palestinese, la gente comune di entrambi gli schieramenti ha continuato a collaborare senza guardarsi in faccia. Grazie a questa rete informale 

alcuni prodotti dell’agricoltura di Gerico arrivavano al check point, dove spedizionieri israeliani li portavano al porto di Ashdod. Da qui salivano su sulle navi e via verso varie parti del mondo. Il progetto datteri di Gerico ha ripreso, affinato e potenziato una rete che c’era. Oggi i piccoli produttori abituati a raccogliere e vendere sul mercato locale hanno costituito micro-cooperative in cui si garantisce il rispetto dei diritti dei lavoratori. Conferiscono il prodotto in piccoli centri che fanno una prima cernita del frutto, suddividendolo per grandezza e qualità. Il dattero viene lavato, confezionato e caricato su pallet fino al check point, con la documentazione sanitaria che lo seguirà per tutto il viaggio. Lì un referente logistico locale garantisce la continuità del flusso commerciale fino al porto. I datteri salgono sui mercantili e finalmente arrivano a Coop: il “mercato” si è ricomposto. Holy land segue tutta la filiera e certifica la qualità del prodotto. «È stato faticoso, ma ma mi  piace pensare che i datteri di Gerico siano anche il simbolo di una nuova collaborazione fra questi due popoli straziati da un conflitto che dura da troppo tempo ».